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Interviste ai produttori: Gianni Cantele

“Quando Teresa Manara vide per la prima volta Lecce si sentì invasa dalla stessa fascinazione improvvisa e irresistibile che anni prima aveva rapito suo marito Giovanni Battista Cantele. E non poté fare a meno di restare”. Erano gli anni Cinquanta e iniziava la storia dell’Azienda Agricola Cantele, nata dalla lungimiranza di una donna che ebbe il coraggio di lasciare le terre del Prosecco per trasferirsi in Puglia con il marito. Teresa Manara è oggi il nome di una delle etichette iconiche dell’Azienda, “il racconto liquido della storia della famiglia Cantele”, che oggi vede al timone la terza generazione. Gianni Cantele insieme al fratello e ai cugini, guida l’azienda fondata nel 1979 dal padre Augusto e dallo zio Domenico, figli di Teresa e Giovanni Battista.

Il tuo vino del cuore tra quelli prodotti e perché
Temo di non potere fare una scelta netta. Mi piace parlare di due vini che nacquero da un’intuizione di mio padre Augusto e che per me rappresentano una eredità tecnica con la quale confrontarmi ad ogni nuova vendemmia, ma soprattutto un continuo rimando alla storia della mia famiglia e all’amore reciproco tra essa e la loro nuova terra. Mio padre, nei primi anni Novanta, cominciò a scardinare la convinzione radicata che nel Salento si dovessero produrre esclusivamente vini rossi. Forte della sua sensibilità nella vinificazione di uve a bacca bianca, acquisita nei primi anni di lavoro nelle attuali terre del Prosecco, si mise in testa che la più ubiqua e adattabile varietà a bacca bianca del mondo, sbarcata in Puglia per la produzione di anonime basi spumante, potesse divenire il punto fermo di un nuovo stile di bianco pugliese. Potature più corte, gestione della chioma per evitare la doratura dei grappoli e vendemmia a fine agosto, in piena maturazione: nasce così, nel 1993, la prima bozza del Teresa Manara Chardonnay, primo bianco in Puglia ad essere fermentato e affinato sulle sue fecce in barrique di legno francese. Le annate successive furono una serie di “numeri zero” che in seguito anche al grande interesse e a importanti riconoscimenti provenienti da Regno Unito e USA, lo convinsero che quel vino dalla vendemmia 1999 dovesse portare per sempre il nome di sua madre, come lui romagnola, “capatosta” e felicemente trapiantata in questa terra per una sorta di emigrazione al contrario.

L’altro vino del cuore è senza dubbio Amativo, altra intuizione di mio padre, che volle dare ulteriore significato alla valorizzazione dei due vitigni salentini per eccellenza, provando a mettere insieme per la prima volta due varietà fino a quel momento sempre intese come entità separate e diverse. In anni in cui i blend bordolesi italiani diventavano icone dell’enologia internazionale, nacque l’assemblaggio 60% Primitivo 40% Negroamaro che ancora oggi rende inconfondibile un vino che mette in sinergia il calore e la potenza del primo con l’eleganza e la tessitura tannica del secondo.

Il vino che vorresti produrre.
La scelta della mia famiglia di costruire nel 2000 la nuova cantina a Guagnano, nel cuore della zona di produzione del Salice Salentino DOP, è stata fortemente influenzata dalla convinzione che quello fosse il territorio più vocato alla coltivazione del Negroamaro, vitigno oggi largamente presente nei nostri vigneti. Prima di noi, altri vignaioli hanno dato lustro al Salento producendo vini iconici provenienti dalle migliori contrade del nostro comune e di quelli vicini.

Oggi però ci troviamo di fronte ad uno scenario molto diverso: buona parte dei vigneti sono stati reimpiantati e il cambiamento climatico rende necessario un ripensamento delle strategie agronomiche per esaltare la naturale resilienza della vite. Viste le attuali condizioni, non è pensabile una viticoltura che non abbia il supporto della irrigazione di soccorso che ottimizzi questa importante risorsa, che non sia supportata da sensori in campo per la misurazione delle concentrazioni saline nella poca acqua a disposizione delle radici delle nostre viti o di sonde per la rilevazione della energia irradiata dal sole o per la misurazione della temperatura in prossimità dei grappoli. Tutti questi dati sono fondamentali per Cataldo Ferrari, il nostro agronomo, per decidere le strategie più efficaci al fine di portare in cantina la migliore uva possibile con il minor impatto sul nostro ambiente. Come dicevo, Guagnano è già stata capace di generare grandi vini. La mia ambizione è di riuscirci ancora in un contesto assolutamente mutato, ma ricco di opportunità tecnologiche e di nuove conoscenze che ci possano consentire di produrre in purezza vini da Negroamaro che guardino ovviamente al mercato, ma con una impronta territoriale e varietale netta, elegante e distintiva. E’ un percorso da qualche anno intrapreso con il Teresa Manara Negroamaro, che dalla prossima uscita dell’annata 2020 si fregerà della appellazione Riserva della Denominazione Salice Salentino DOP, per dare ulteriore forza territoriale ad un brand dal fortissimo legame familiare.

Un aneddoto della tua vita in azienda che ti ha segnato in modo particolare.
Nei primi anni Novanta, passavo le estati universitarie tra libri e cantina, ero un fortunato giovane “garzone di bottega” che poteva gratuitamente carpire i segreti del mestiere dal proprio padre. E a mio padre devo due enormi ringraziamenti: uno di aver fortemente voluto che io e mio fratello Paolo imparassimo l’inglese; l’altro di avermi consentito l’incontro professionale con Kym Milne e Warren Gibson. Il primo, australiano e Master of Wine, era all’epoca un rampante flying winemaker dal quale ho imparato i rudimenti del blending, l’arte di assemblare a fine vendemmia vini provenienti da vinificazioni tenute rigorosamente separate in modo da poterne poi esaltare l’unicità. Il secondo, quasi mio coetaneo, è oggi uno dei più bravi winemaker neozelandesi, con punteggi da campione su Chardonnay e Syrah. Ero ammirato dalla sua capacità di vivere la cantina e la vinificazione come in Mission Impossible, capace di fare da solo il lavoro di tre persone, ma trovando il tempo per coccolare e valutare con una sensibilità invidiabile i mosti in fermentazione. Devo molto a entrambi, perché in qualche maniera sono stati di ispirazione per la formazione della mia coscienza enologica. Ma la cosa più importante che ho imparato da loro è il piacere della condivisione del sapere, erano culturalmente convinti che l’enologia dovesse diventare una sharing community, molto prima della nascita dei social.

Il momento del tuo lavoro che ami di più e perché.
Ogni aspetto del mio lavoro è bellissimo, ma spesso anche molto faticoso. Quindi il momento che amo di più è alla fine di una lunga giornata di vendemmia, quando insieme ai miei collaboratori e davanti a una birra fredda, ragioniamo sul programma dell’indomani.

Se non avessi fatto il vignaiolo cosa avresti voluto fare?
Sono nato a Lecce, a 49 metri sul livello del mare. Ma ho una passione per la montagna. Saranno stati i racconti di mio nonno sulle sue battute di caccia a forcelli e cedroni in alta montagna, sarà stata la fascinazione da bambino nel vedere così nitidamente le montagne della vicina Albania all’imbrunire, nelle fredde giornate di tramontana, ma poche cose mi provocano le sensazioni di assoluto benessere quando attorno a me sale l’altimetria. Quindi, quale miglior alternativa di vita se non proprio la guida alpina?

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