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Le interviste di Salvio Parisi: Tullia Passerini Gargiulo

Wine o’ clock: 5 domande e 1 calice

Tullia Passerini Gargiulo è la signora del Liberty a Napoli, protagonista evergreen della scena internazionale legata alla storia del costume, dell’arte contemporanea e dell’interior italiano col suo quartier generale tra Posillipo e Chiaia.

Ciao Tullia,
mezz’ora nel tuo living vista Vesuvio a Posillipo per conoscere qualche tuo vezzo, opinioni o ricordi. Qual è il calice che vuoi scegliere dall’ampia selezione Wine&TheCity per questo pomeriggio assolato? 
Scelgo un calice di Fiorduva di Cantine Marisa Cuomo.

Sei senza dubbio una dei pionieri italiani del design d’interni: da Napoli e a Napoli, hai raccontato per svariati decenni lo stile, l’arte, gli autori, la ricerca, il modernariato, le case, i personaggi e il gusto non solo partenopei. Come e perchè è nata la tua creatura «Tullierie», che ancor oggi è un riferimento per architetti e cultori del decor?
Ho sempre avuto questa passione per il ‘900, l’Art déco e il Liberty: per me è arte con la A maiuscola.  A Napoli ho iniziato Tullierie in un piccolo spazio di via Bisignano. Gli inizi però furono con Laura Ashley, allora il Liberty era guardato con sufficienza e scarso interesse, perché le case dei napoletani erano ben più opulente e ricche di pezzi del Sei e Settecento, ma niente Novecento. Ricordo che all’epoca il professor Lotti scherzando mi diceva “Tullia, ma chi vuoi che compri queste schifezze! Al massimo un pranzo liberty in qualche anti-cucina…”  E invece col tempo ho avuto ragione: ricordo ad esempio che Bugatti realizzava magnifici complementi in avorio o sete prestigiose ed erano davvero oggetti preziosi. Inoltre ho messo insieme e dato forza a una bellissima collezione di tessuti d’arredamento del primo ‘900, dal 1925 e al ’30: solo pochissimi anni fa l’ho donata al Museo della Moda della Fondazione Mondragone. Oggi Tullierie è ancora un valido riferimento per architetti e arredatori, con la guida di mia nuora Camilla procede tutt’ora a gonfie vele.

In epoca social e digitale come consideri l’evoluzione di Arte, Design e Moda che sembrano passare da icone del gusto e del tempo a barometro di status sociale o di mero consumismo?
Nel campo dell’arte, della moda o della creatività si osserva una generale stasi, una sorta di lenta decadenza estetica. Pare che la legge del marketing impone tendenze un po’ piatte e massificate e che per piacere a tutti devi essere ruffiano o fare e produrre cose “facili”: ma il bello è altra cosa. Il design a mio avviso è fermo agli anni ‘70: Gio Ponti, Achille Castiglione, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass, Jacopo Foggini, Alessandro Mendini. Dopo il lavoro di questi monumenti, di questi pigmalioni purtroppo solo pallidi cloni o copie. La rivoluzione digitale fa in modo che l’arte e il design siano proposti in vendita (o svendita) persino su Amazon e questo davvero non va bene.

Memories: tra i personaggi di società o nel mondo dell’arte, il cinema, la danza o il teatro che hai incontrato e frequentato negli anni con chi hai davvero condiviso importanti esperienze professionali e sentimenti di amicizia autentica?
Io ho incontrato tantissimi personaggi di rango, ma quello che mi è rimasto nel cuore è Rudolf Nurejev, un bellissimo uomo ma soprattutto una persona eccezionale.  L’ho incontrato un pomeriggio di tanti anni fa quando entrò nel mio negozio per guardare un tessuto della Secessione viennese e se lo adagiò sulle spalle: un’immagine maestosa. Mi chiese quanto costava ma dissi che glielo regalavo: “non ho mai ricevuto un regalo in vita mia, ne ho fatti tanti e ho sempre comprato tutto quello che posseggo!” mi rispose commosso. Da allora è nata un’intensa e sincera amicizia: mi portò ai Galli dove sono tornata tante volte, tanto tempo, quante sere, tanto lavoro, quanta bellezza, tanti momenti insieme, lui e Freddie Mercury, ricordi indelebili… E se lui non fosse venuto a mancare chissà oggi dov’ero con lui. Conservo ancora due lettere autentiche da un epistolario che lui custodiva lì in una credenza.

Ci racconti di quella volta che hai posato per Chanel con Toni Thorimbert a Napoli nel 1990?
Si chiama «Rèalisation de soi» ed è stata una pubblicazione che Chanel volle realizzare nei primi anni ’90 con cinquanta donne in tutta Europa realizzate nella famiglia e nel lavoro: a Napoli stranamente scelsero me! Ricordo il truccatore stupendo e le foto magistrali. Thorimbert fu felicissimo della colazione che durante gli scatti preparai in giardino per tutta la troupe: “Ti rendi conto? – mi disse – su cinquanta donne che ho ritratto sei l’unica che ci ha offerto da pranzare!”  Lo presentarono a Santa Chiara e ricordo durante la bellissima festa col mio ritratto enorme su una delle pareti.

Vino come convivio, vino come piacere, vino come cultura. Ci racconti il tuo calice? 
Non sono una super esperta, ma una volta Veronelli mi disse che i nostri vini Campani, un tempo poco stimati, sono dei grandi vini: quelli di Marisa Cuomo dalla Costiera sono davvero prestigiosi e io li preferisco sempre durante le mie colazioni e occasioni con ospiti da ogni dove. E ogni volta sono sempre assai apprezzati e Fiorduva è il calice estivo per eccellenza: elegante, profumato e leggero.

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